POS per liberi professionisti: guida completa a costi, tipologie e deducibilità

Rifiutare un pagamento con carta può costare caro, eppure molti professionisti italiani non conoscono ancora nel dettaglio gli obblighi e le opportunità legate al terminale di pagamento elettronico.

Che tu sia un avvocato, un medico, un commercialista o un artigiano, dotarsi di un POS non è più una scelta ma un requisito imposto dalla legge, con sanzioni immediate per chi non si adegua. In questa guida troverai tutto quello che serve sapere su costi, tipologie di terminali e soprattutto sulla deducibilità fiscale, incluso il credito d’imposta del 30% sulle commissioni che può alleggerire sensibilmente l’impatto economico.

Obbligo POS per professionisti: cosa prevede la legge e quali sono le sanzioni

La Legge 36 ha introdotto dal 1° luglio 2022 l’obbligo per tutti i titolari di partita IVA di accettare pagamenti elettronici tramite carte di debito, credito e prepagate.

Questa disposizione riguarda indistintamente commercianti, artigiani e liberi professionisti che effettuano prestazioni verso consumatori finali, senza alcuna distinzione basata sul fatturato o sulla dimensione dell’attività. L’obiettivo dichiarato è duplice: contrastare l’evasione fiscale e garantire ai cittadini la libertà di scegliere il metodo di pagamento preferito.

L’elenco delle categorie coinvolte è piuttosto ampio e comprende figure professionali che fino a pochi anni fa operavano quasi esclusivamente con pagamenti in contanti. Parliamo di avvocati, commercialisti, geometri, medici, dentisti, consulenti del lavoro, ma anche idraulici, elettricisti e tutti gli artigiani che prestano servizi a privati. Anche le attività ricettive come bed and breakfast, agriturismi e case vacanze rientrano pienamente nell’obbligo, così come bar, ristoranti e qualsiasi esercizio di ristorazione.

Chi rifiuta un pagamento POS rischia una sanzione amministrativa calcolata in modo preciso: 30 euro fissi più il 4% dell’importo della transazione negata. Per fare un esempio concreto, se un cliente vuole pagare 100 euro con carta e tu rifiuti, la multa ammonta a 34 euro complessivi.

Il consumatore può segnalare l’accaduto direttamente all’Agenzia delle Entrate, che procederà con l’accertamento e l’applicazione della penalità.

Dal 2025 la normativa si è ulteriormente rafforzata con l’introduzione dell’obbligo di collegamento tra POS e registratore di cassa. Questa misura nasce per contrastare una pratica fraudolenta emersa negli ultimi anni, ovvero l’emissione di scontrini non fiscali attraverso registratori paralleli pur accettando pagamenti elettronici.

La tracciabilità diventa quindi totale e il terminale di pagamento si integra definitivamente nel sistema di certificazione fiscale dell’attività.

Tipologie di POS e modelli di costo: canone fisso o commissioni sulle transazioni

Quando si tratta di scegliere un terminale per la propria attività professionale, la prima decisione riguarda il modello economico: meglio pagare un canone mensile fisso oppure optare per le sole commissioni sulle transazioni? Non esiste una risposta universale valida per tutti, perché la convenienza dipende interamente dal volume di incassi elettronici che prevedi di gestire. Capire questa distinzione è fondamentale per evitare di spendere più del necessario e ottimizzare i costi della tua attività.

I POS a commissioni rappresentano la scelta più diffusa tra i professionisti con un transato modesto o irregolare. Con questa formula non paghi alcun canone mensile, ma sostieni un costo percentuale su ogni singola operazione, che generalmente oscilla tra l’1% e l’1,95% dell’importo incassato. Il vantaggio principale è evidente: se in un determinato mese non ricevi pagamenti con carta, non hai alcuna spesa fissa da sostenere.

I POS a canone fisso, invece, prevedono un abbonamento mensile che copre tutte le transazioni fino a una determinata soglia annuale.

Le tariffe partono generalmente da 17 euro più IVA al mese per chi incassa fino a 10.000 euro l’anno, salendo a circa 22 euro per transati fino a 30.000 euro.

Superata la soglia prevista dal piano sottoscritto, si applica comunque una commissione aggiuntiva sull’eccedenza, solitamente intorno all’1%.

Per quanto riguarda l’acquisto del terminale fisico, i prezzi variano sensibilmente in base alle funzionalità offerte.

Si parte da circa 30-40 euro per i modelli base che si collegano via Bluetooth allo smartphone, fino a superare i 150 euro per dispositivi Android con stampante integrata e connettività 4G autonoma. Alcuni provider offrono il terminale in comodato d’uso incluso nel canone, eliminando così il costo iniziale di acquisto.

Il punto di pareggio economico tra le due formule si colloca intorno ai 26.400 euro di transato annuale. Al di sotto di questa cifra convengono generalmente i POS a commissioni, mentre chi supera questa soglia risparmia optando per un canone fisso mensile. Prima di decidere, ti consiglio di stimare realisticamente quanti pagamenti elettronici riceverai nei prossimi dodici mesi.

Deducibilità fiscale del POS: come scaricare costi e commissioni

Il terminale di pagamento elettronico rientra a tutti gli effetti tra i beni strumentali necessari allo svolgimento dell’attività professionale, e come tale può essere portato in deduzione dal reddito imponibile.

Questo significa che sia il costo di acquisto del dispositivo sia le commissioni pagate sulle transazioni rappresentano spese fiscalmente rilevanti per la tua partita IVA. Tuttavia, le regole cambiano radicalmente in base al regime fiscale adottato, ed è fondamentale conoscere queste differenze per non commettere errori.

Per i professionisti in regime ordinario, la deducibilità è piena e senza particolari limitazioni. I requisiti da rispettare sono quelli standard previsti per qualsiasi costo aziendale: inerenza all’attività esercitata, documentazione corretta attraverso fattura o ricevuta, e congruità rispetto ai ricavi e alle dimensioni dell’attività. Le commissioni mensili vengono dedotte per cassa, ovvero nel periodo d’imposta in cui viene effettuato il pagamento al provider del servizio.

La situazione cambia completamente per chi opera in regime forfettario, dove la struttura stessa del sistema fiscale impedisce di scaricare i costi effettivamente sostenuti.

In questo regime l’unica spesa deducibile sono i contributi previdenziali obbligatori, mentre il reddito imponibile viene calcolato applicando un coefficiente di redditività forfettario al fatturato. Questo significa che, pur essendo obbligato ad avere il POS, il professionista forfettario non potrà recuperare fiscalmente né il costo del terminale né le commissioni pagate.

Dal 2025 la Legge di Bilancio ha introdotto un ulteriore requisito per la deducibilità delle spese professionali: la tracciabilità dei pagamenti. Tutte le spese che vuoi portare in deduzione devono essere pagate con mezzi tracciabili come bonifici, carte di credito o assegni.

Paradossalmente, quindi, il POS che usi per incassare dai clienti diventa lo stesso strumento che i tuoi fornitori useranno per garantirti la deducibilità dei costi.

 

Credito d’imposta 30% sulle commissioni POS: come funziona e chi può richiederlo

Per mitigare l’impatto economico dell’obbligo di accettare pagamenti elettronici, il legislatore ha previsto un’agevolazione fiscale particolarmente interessante: il credito d’imposta del 30% sulle commissioni bancarie sostenute per le transazioni con carta. Questa misura, confermata anche per il 2025, permette di recuperare quasi un terzo delle commissioni pagate, rendendo decisamente più sostenibile la gestione del terminale. Si tratta di un beneficio concreto che può fare la differenza soprattutto per i professionisti con volumi di transato medio-alti.

Per accedere al bonus POS è necessario rientrare in un requisito preciso: il fatturato annuo dell’attività non deve superare i 400.000 euro. Questa soglia include praticamente la totalità dei liberi professionisti e delle piccole imprese, escludendo solo le realtà con volumi d’affari più consistenti. Il credito matura automaticamente sulle commissioni addebitate dai gestori dei servizi di pagamento per ogni transazione effettuata con carte dei circuiti Visa, Mastercard e PagoBANCOMAT.

La richiesta del credito d’imposta può essere presentata direttamente all’Agenzia delle Entrate oppure delegata al proprio commercialista di fiducia. L’agevolazione viene poi utilizzata in compensazione tramite modello F24, riducendo di fatto le imposte da versare. È fondamentale conservare tutta la documentazione relativa alle commissioni pagate, che i provider di servizi POS sono tenuti a comunicare periodicamente.

Per capire il vantaggio concreto, facciamo un esempio pratico: se in un anno paghi 1.000 euro di commissioni sulle transazioni elettroniche, puoi recuperarne 300 euro come credito d’imposta.

Questo significa che il costo effettivo delle commissioni scende drasticamente, attestandosi su un valore netto dello 0,7% circa invece dell’1% nominale. Sommando questo beneficio alla deducibilità ordinaria dei costi, l’impatto economico del POS diventa decisamente più gestibile.